“Il libro delle ore perdute”: intervista a Hayley Gelfuso sul romanzo in uscita
Martedì 5 maggio arriva in libreria per Nord Il libro delle ore perdute della scrittrice americana Hayley Gelfuso, un romanzo tradotto in più di venti Paesi e salutato dai lettori come uno degli esordi più originali degli ultimi anni.
Il libro delle ore perdute: di cosa parla il romanzo d'esordio di Hayley Gelfuso
Il libro delle ore perdute ha inizio a Norimberga in una drammatica notte del 1938, quando una folla inferocita a caccia di ebrei assalta la casa di Lisabet. Per salvarla, suo padre apre una porta invisibile e spinge la figlia oltre la soglia buia, con la promessa di tornare presto a riprenderla. Quella porta non si aprirà più.
Lisavet si ritrova così in una biblioteca fuori dal tempo, in cui vengono custodite le “ore perdute” — frammenti di vita dimenticati, rimossi o mai vissuti fino in fondo. Qui i ricordi non sono solo tracce del passato, ma entità vive, capaci di influenzare il presente e persino di riscrivere ciò che è accaduto.
A partire da questa suggestione l'autrice costruisce una storia che mescola immaginazione e riflessione, portando il lettore in un luogo enigmatico dove memoria e tempo si intrecciano in modo indissolubile. Un romanzo che interroga il lettore con una domanda che rimane aperta: quanto del nostro passato possiamo davvero perdere, e quanto invece continua a vivere dentro di noi?
Il libro delle ore perdute
La nostra intervista a Hayley Gelfuso
In occasione della pubblicazione del suo romanzo d'esordio Il libro delle ore perdute, pubblichiamo l'intervista che abbiamo realizzato all'autrice Hayley Gelfuso.
Cosa ti ha ispirato a scrivere Il libro delle ore perdute? C’è stata un’idea, un’immagine o una domanda specifica che ha dato origine alla storia?
L’idea mi è venuta mentre leggevo un libro sulla storia delle biblioteche, dove mi sono imbattuta in una poesia che si conclude con il verso: “qui sono i morti che parlano a coloro che lavorano”. Questo ha immediatamente evocato l’immagine di una biblioteca in cui i morti parlano letteralmente ai vivi, e in cui i ricordi hanno il potere di cambiare il mondo. È rimasta con me per due anni, e a un certo punto ho capito che era qualcosa che dovevo assolutamente esplorare.
Nel romanzo, tempo e memoria sono profondamente intrecciati. Come hai costruito questo rapporto durante la scrittura?
Ho trattato tempo e memoria come forze inseparabili. La memoria ha un modo tutto suo di rimodellare il tempo. Lo stesso momento può sembrare completamente diverso a seconda di come viene ricordato, o se viene ricordato o meno. Così, mentre costruivo il mondo, mi sono concentrata meno su meccanismi rigidi e più su una logica emotiva. Che sensazione si prova a rivivere qualcosa, a perderlo, a vederlo trasformarsi? Questo mi ha permesso di mantenere il sistema ancorato all’esperienza umana, anche quando la struttura del tempo diventava più scientifica.
Il concetto di “tempo perduto” è centrale nella storia. Come ti aspetti che i lettori interpretino questa idea: come qualcosa di irreversibile o come qualcosa che può ancora essere trasformato o recuperato?
Mi interessava mantenere entrambe le possibilità. Da un lato, c’è un senso reale di irreversibilità nel tempo: va avanti, e ci sono cose che non possiamo cambiare. Dall’altro, penso che la trasformazione sia sempre possibile. Forse non possiamo recuperare il tempo perduto in senso letterale, ma possiamo cambiare il nostro rapporto con esso. Possiamo reinterpretare il tempo, portarlo con noi in modo diverso, o persino trovare un significato in ciò che prima sembrava vuoto. Spero che i lettori vedano il “tempo perduto” non solo come assenza, ma come qualcosa che ha ancora delle conseguenze.
L'esordio originalissimo di un'autrice dall'immaginazione e dal talento straordinari. Hayley Gelfuso è una nuova, grande voce della narrativa.
Glenn Cooper
Molti dei tuoi personaggi sono complessi e talvolta moralmente ambigui. Qual è stato il personaggio più difficile da scrivere, e perché?
Sicuramente Moira (una figura chiave del romanzo per la manipolazione del tempo e della memoria). Le sue motivazioni e convinzioni sono le più fluide, e io, come autrice, ho dovuto evolvermi insieme a lei. Camminavo costantemente su un filo sottile: fino a che punto può spingersi qualcuno nella sua posizione, con le sue capacità specifiche? Dove traccia il limite in ogni momento, e come possiamo spingerlo un po’ più in là? È stato divertente, ma anche una vera sfida.
Il romanzo solleva domande sul valore della memoria. Come autrice, vedi la memoria più come qualcosa da preservare o qualcosa che a volte dobbiamo lasciare andare?
La memoria è il modo in cui costruiamo la verità nel tempo. Per questo, conservarla è fondamentale, soprattutto quando si tratta di storie che sono state cancellate, distorte o deliberatamente messe a tacere. Conservare quei ricordi, e creare spazio affinché diversi punti di vista possano coesistere, è un modo per resistere a questa cancellazione. Allo stesso tempo, a livello individuale, ci sono ricordi che possono appesantirci, che dobbiamo reinterpretare o da cui dobbiamo allentare la presa per poter andare avanti. Lasciare andare non significa necessariamente dimenticare, così come ricordare non significa sempre conservare qualcosa intatto.
Cosa vorresti che i lettori portassero con sé dopo aver finito Il libro delle ore perdute?
Più di ogni altra cosa, spero che i lettori escano dal libro con una riflessione sul proprio rapporto con il tempo, la memoria e la storia. Se il libro rimane un po’ dentro di loro, o li spinge a riconsiderare qualcosa, per me è già significativo. Non mi interessa tanto trasmettere un unico messaggio, quanto creare uno spazio in cui i lettori possano portare le proprie esperienze nella storia e uscirne con qualcosa di personale.
Perché leggere Il libro delle ore perdute
Leggere Il libro delle ore perdute significa immergersi in una storia che unisce immaginazione e introspezione, capace di parlare a tutti noi attraverso temi universali come il tempo e la memoria. Un romanzo che colpisce soprattutto per le domande che lascia: cosa facciamo davvero con il nostro passato?