"La giornalista ribelle" intervista a Mathilde Bonetti
Con La giornalista ribelle, il nuovo romanzo di Mathilde Bonetti pubblicato da Tre60, torniamo nella Padova del 1868, in un’Italia appena nata e in una società in cui il futuro di una giovane donna sembra poter essere deciso da tutti tranne che da lei.
Eva Faré appartiene all’alta borghesia e la sua famiglia ha già tracciato per lei una strada precisa. Ma dietro le convenzioni e un matrimonio già immaginato per lei, Eva custodisce un desiderio che fatica a tenere nascosto: scrivere. L’incontro con Gualberta Alaide Beccari, figura realmente esistita e fondatrice del periodico «La Donna», le mostrerà che un’altra vita è possibile.
Tra redazioni, appostamenti, rivolte popolari e incontri con realtà lontanissime da quella in cui è cresciuta, Eva dovrà imparare a guardare il mondo con occhi nuovi e, soprattutto, a scegliere chi vuole diventare.
La giornalista ribelle
La nostra intervista a Mathilde Bonetti
In occasione dell’uscita di La giornalista ribelle, abbiamo intervistato Mathilde Bonetti per conoscere meglio Eva Faré, scoprire come è nato l’incontro letterario con Gualberta Alaide Beccari e parlare di emancipazione, giornalismo e di quei sogni che, ieri come oggi, possono indicare la strada verso la persona che vogliamo diventare.
Eva Faré è una giovane donna dell’alta borghesia a cui la famiglia ha già destinato un futuro preciso, ma che coltiva in segreto il desiderio di scrivere e di scegliere autonomamente la propria strada. Come hai costruito la tua protagonista e che cosa volevi raccontare attraverso il suo percorso di emancipazione?
La mia protagonista nasce dalla condizione di molte donne, ieri come oggi. Ho pensato a mia madre che, negli anni Sessanta del secolo scorso, era una giovane proprio come Eva e, proprio come lei, viveva in modo inconsapevole le imposizioni della famiglia. Certo, non è mai stata costretta a sposare nessuno, però sognava di diventare un’artista e non ha potuto farlo: senza accorgersene, ha lasciato che l’influenza della famiglia la instradasse verso un copione di vita molto diverso dal suo sogno.
Volevo una protagonista fatta di sogni, anima e inchiostro, la cui aspirazione – scrivere – le permette di intuire cosa vuole dalla vita e da se stessa, ma anche che per essere felice davvero deve realizzare il proprio talento.
Nella vita di Eva è decisivo l’incontro con Gualberta Alaide Beccari, figura realmente esistita e fondatrice del periodico «La Donna». Come hai lavorato per inserire un personaggio storico all’interno della vicenda romanzesca e che cosa ti ha affascinato della sua storia?
Gualberta Alaide Beccari è stata l’ispirazione. Ho scoperto la sua esistenza per caso, mentre cercavo una figura storica dell’Ottocento affermata nel mondo della scrittura a cui affiancare la mia protagonista. Tra i vari risultati proposti da Google mi sono trovata davanti proprio lei. Anch’io ho un passato da giornalista, quindi mi ha colpita subito. Ed ecco che avevo una donna incredibile, reale e anche piuttosto sconosciuta in Italia nonostante il suo operato, da affiancare a Eva.
Le ho fatte incontrare e, da lì, il romanzo si è praticamente scritto da solo.
Il rapporto tra Eva e il padre sembra rappresentare non solo un conflitto familiare, ma anche lo scontro tra due idee di società. La tensione esistente tra di loro è anche il simbolo dei conflitti presenti nell’epoca in cui è ambientato il romanzo, il 1868?
Sì e no. Il padre è un austricante convinto, ricorda la dominazione con nostalgia, come molti altri nel Veneto di quel periodo. Eva non è propriamente una mazziniana convinta, però è aperta al cambiamento e quindi, quando il Veneto viene annesso al Regno d’Italia, non vive il momento con lo stesso sconforto del padre. Anzi, pensa che possa portare novità e cambiamenti positivi. La tensione fra loro rappresenta però soprattutto lo scontro tra un genitore intransigente, che non può e non è in grado di cambiare le proprie idee, e una ragazza piena di sogni che, invece, vorrebbe cambiare il mondo.
Grazie al suo lavoro Eva passa dai salotti dell’alta borghesia agli appostamenti in strada e alle rivolte popolari. Quanto cambia il suo modo di guardare il mondo quando entra in contatto con realtà molto lontane da quella in cui è cresciuta?
Il bello di Eva è proprio questo: cambia mentre impara, mentre cresce psicologicamente come donna.
Una delle parti del romanzo che mi è piaciuta di più scrivere è quella in cui incontra tre prostitute nello stesso atelier dove va a posare per guadagnarsi da vivere, nei primi tempi dopo l’abbandono della casa paterna.
Eva inizialmente è atterrita dalla loro presenza, imbarazzata e a disagio. Poi, però, proprio queste donne diventano protagoniste di uno dei suoi primi articoli e, all’improvviso, il loro legame si rivela più vero e autentico delle conoscenze artefatte che Eva ha fra le coetanee del suo stesso ambiente.
La battaglia di Eva per poter lavorare e scegliere liberamente il proprio futuro appartiene all’Ottocento, ma alcuni dei temi che affronta parlano ancora al presente. Quali aspetti della sua storia senti più vicini alle donne di oggi?
Basta volgere lo sguardo verso tanti Paesi in cui le donne non hanno la stessa libertà che abbiamo noi per capire quanto le dinamiche affrontate in questo romanzo parlino ancora al presente.
Eva è un’eroina dell’Italia che fu, ma è anche una protagonista attuale che si batte per se stessa e per realizzare i propri sogni – condizione che ritengo una libertà inviolabile di ogni individuo.
Che cosa speri rimanga ai lettori una volta concluso il tuo nuovo romanzo La giornalista ribelle?
Che i sogni non muoiono all’alba, ma si realizzano nel momento in cui uno si alza la mattina; che il cuore conosce la via per la felicità e, soprattutto, che coltivare il proprio talento è una nostra responsabilità, l’unico vero modo per migliorarci ogni giorno, umanamente e psicologicamente.