"La lunga estate dei gelsomini": intervista all’autrice Licia Tumminello
Oggi, martedì 1° settembre è in tutte le librerie La lunga estate dei gelsomini, il nuovo romanzo di Licia Tumminello, pubblicato da Nord. Una storia ambientata nella Sicilia del secondo dopoguerra che riporta alla luce la vicenda poco conosciuta delle gelsominaie: donne e bambine che, per decenni, hanno raccolto di notte i fiori destinati alla produzione dei profumi francesi, lavorando in condizioni durissime e per salari miseri.
Attraverso la storia di Grazia e delle altre raccoglitrici della piana di Milazzo, Licia Tumminello racconta una pagina dimenticata della nostra Storia e, insieme, un percorso di emancipazione, solidarietà e conquista dei propri diritti.
La lunga estate dei gelsomini: di cosa parla il romanzo di Licia Tumminello
Milazzo, estate del 1945. Mentre l’Italia prova a rialzarsi dopo la guerra, nella piana siciliana sono soprattutto le donne a piegare la schiena sui cespugli di gelsomino. Da mezzanotte all’alba, da giugno a ottobre, raccolgono migliaia di piccoli fiori bianchi: delicati e profumatissimi, destinati a trasformarsi nelle essenze dei più pregiati profumi francesi.
Tra loro c’è Grazia, ventitré anni, bracciante da quando ne aveva undici e ora caposquadra. Da bambina sognava di studiare e diventare maestra, ma in una famiglia povera e in una società che ha già deciso quale debba essere il posto di una donna, i suoi desideri sembrano destinati a rimanere tali.
Grazia è abituata a lavorare, tacere e sopportare. Finché una nuova ingiustizia diventa impossibile da accettare. Da quel primo gesto di disperazione prende forma un percorso di consapevolezza che la porterà a comprendere come soltanto unendo le proprie voci le gelsominaie possano provare a cambiare le loro condizioni.
Tra romanzo storico e racconto di formazione, La lunga estate dei gelsomini intreccia la vicenda personale di Grazia con quella collettiva di tante lavoratrici rimaste a lungo invisibili, raccontando il prezzo delle conquiste sociali e la forza che può nascere dalla solidarietà tra donne.
La lunga estate dei gelsomini
La nostra intervista a Licia Tumminello
In occasione dell’uscita di La lunga estate dei gelsomini, abbiamo intervistato Licia Tumminello per scoprire come è nato il romanzo, il lavoro di ricerca dietro la storia delle gelsominaie e la costruzione di una protagonista che, pagina dopo pagina, impara a trovare la propria voce.
Come è nata l'idea di raccontare la storia delle gelsominaie?
Per caso. Una mattina, durante la pandemia, mi sono imbattuta in un filmato su YouTube in cui, insieme ad alcune fotografie d’epoca, veniva raccontata brevemente la storia delle raccoglitrici di gelsomino nella piana di Milazzo, in provincia di Messina. Era una storia che io, siciliana, non conoscevo e che mi ha subito incuriosito, anche perché il gelsomino è un fiore al quale sono molto legata.
Ho pensato inizialmente di scrivere un racconto, e così ho fatto. Ha partecipato ad alcuni concorsi ed è risultato vincitore due volte. Ma mi sono resa conto che la storia delle gelsominaie meritava di più. Erano lavoratrici stagionali senza garanzie e senza diritti, sfruttate e malpagate. Nel 1945 un chilo di fiori veniva pagato alle braccianti 25 lire, mentre un chilo di pane ne costava 50. Solo nel secondo dopoguerra le gelsominaie trovarono il coraggio di ribellarsi, dando vita al primo sciopero femminile in Sicilia. Era una storia troppo interessante e importante per non essere raccontata.
Quanto lavoro di ricerca è stato necessario per ricostruire questa pagina di storia?
Non è stato facile, perché la documentazione sulle gelsominaie è molto scarsa. Ho consultato tesi di laurea, saggi, fotografie, vecchi video e alcune testimonianze legate soprattutto al periodo tra il fascismo e il secondo dopoguerra.
Fondamentali sono state la visita al Museo Etnoantropologico Domenico Ryolo di Milazzo e la documentazione raccolta da Santì La Rosa, figlio del sindacalista Tindaro La Rosa, che affiancò le gelsominaie durante il loro primo sciopero. Ho avuto anche la possibilità di incontrare una donna che aveva lavorato come gelsominaia negli anni Sessanta.
Più passa il tempo, più la memoria diretta viene meno. Anche per questo mi auguro che La lunga estate dei gelsomini possa contribuire a conservare la memoria di questa storia di riscatto e solidarietà femminile.
Come hai costruito il personaggio di Grazia e il suo percorso di emancipazione?
Grazia non nasce come una donna ribelle o particolarmente sicura di sé. È timida, spesso tace e sopporta perché è quello che le è stato insegnato. Volevo che fosse una giovane donna credibile per il 1945, cresciuta in una famiglia povera e in una società in cui il posto delle donne era ancora deciso dagli uomini.
La sua presa di coscienza avviene poco alla volta. Un primo gesto di disperazione, dopo l’ennesima ingiustizia sul lavoro, apre un percorso che la porterà a capire che soltanto unendosi alle altre gelsominaie potranno ottenere dignità e diritti. Anche la struttura del romanzo racconta questa trasformazione: Grazia inizialmente non ha voce, e per questo alterno la terza persona alla prima. Il romanzo si apre in terza persona e si chiude in prima, proprio perché Grazia, acquistando consapevolezza, trova finalmente la propria voce.
Che valore simbolico assume il gelsomino all'interno del romanzo?
Il gelsomino diventa una metafora della vita delle donne. È un fiore delicato, simbolo di purezza e fedeltà, ma per le raccoglitrici della piana significava soprattutto fatica, lavoro notturno, sfruttamento e malattia. Il suo profumo rimaneva sulla pelle e sugli abiti, diventando quasi uno stigma: rivelava che quelle donne erano uscite di notte, cosa malvista dalla società dell’epoca anche quando si trattava di lavoro. Per questo molte ragazze cercavano di liberarsi di quel profumo, temendo persino che potesse compromettere la possibilità di trovare marito.
Quanto pensi che questa storia, pur ambientata nel 1945, parli ancora al presente?
Molto. Ho voluto raccontare una vicenda poco conosciuta, perché credo che la grande Storia sia fatta anche di tante storie apparentemente minori.
Nel romanzo emergono temi ancora attuali: il caporalato, il lavoro minorile, il patriarcato, la violenza sui minori, i diritti delle donne e la libertà di scelta.
Vorrei soprattutto ricordare che molti diritti che oggi consideriamo acquisiti sono il risultato di lotte difficili e dolorose. Per questo non vanno mai dati per scontati, ma difesi e ampliati anche per chi ancora oggi ne è privo.
Quale messaggio speri rimanga a lettrici e lettori dopo aver chiuso La lunga estate dei gelsomini?
Mi auguro innanzitutto che rimanga il valore del rispetto per le donne, per il loro lavoro e per il lungo percorso che ha portato al riconoscimento dei loro diritti. Ma spero soprattutto di lasciare un’emozione. Vorrei che chi legge potesse immergersi nella piana di Milazzo, sentire il caldo, il vento di scirocco, il rumore del mare e, soprattutto, avere quasi la sensazione di respirare il profumo del gelsomino.
Ogni lettore, poi, troverà nel romanzo il proprio messaggio e la propria interpretazione: è anche questo che rende la lettura viva e partecipata.
Il gelsomino assurge nel romanzo a metafora della vitadelle donne.
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