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Scomparire : intervista a Francesca Valente


Una pianista di straordinario talento che, proprio quando il successo sembra averle aperto tutte le porte, sceglie di sottrarsi allo sguardo del mondo. Una scomparsa avvolta nella nebbia di Venezia e un mistero che, decenni dopo, qualcuno decide di provare a ricostruire.


In Scomparire, pubblicato da Ponte alle Grazie, Francesca Valente racconta la storia di Amalia Falier attraverso un romanzo polifonico in cui musica e memoria si intrecciano continuamente. Sullo sfondo una Venezia immersa nel caìgo, dove persone e ricordi sembrano poter apparire e dissolversi da un momento all’altro. Tra figure realmente esistite della musica del Novecento, da Ravel a Stravinskij e Nadia Boulanger, e personaggi d’invenzione, il romanzo si interroga sul significato della rinuncia e, soprattutto, sulla capacità di ascoltare.

Scomparire
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Valente Francesca
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La nostra intervista a Francesca Valente


Abbiamo intervistato Francesca Valente per parlare della nascita di Amalia Falier, del rapporto tra musica e scrittura, della Venezia che avvolge il romanzo e di quella scelta radicale, e forse liberatoria, racchiusa già nel titolo: Scomparire.


Il tuo romanzo ha per protagonista Amalia Falier, una pianista di enorme talento che sceglie di scomparire proprio all’apice del successo. Come è nato questo personaggio e che cosa ti ha colpito particolarmente della sua scelta di sottrarsi alla scena pubblica?


Amalia è presente in molti di noi. Almeno questo mi pare di vedere. Altri inorridiscono all’ipotesi di non esserci, di abbandonare quando avrebbero la possibilità di raggiungere una posizione di potere, anche non disponendo del minimo talento. La rinuncia è un luogo di possibilità, che nel loro non concretizzarsi rendono esteticamente e filosoficamente accettabile l’esistenza. Il fascino di Amalia e della sua delicata, potente determinazione è irresistibile.


Scomparire è costruito come un romanzo polifonico, articolato in cinque movimenti. In che modo la musica ha influenzato la struttura e il ritmo del tuo romanzo?


Le tre voci principali – ma se ne rintracciano varie altre – sono un riferimento alle composizioni policorali, in particolare ai cori spezzati che nascono in territorio veneto nel Cinquecento e vengono perfezionati proprio a Venezia: lì i cori hanno armonie indipendenti e si alternano l’uno all’altro; sono posizionati distanti tra loro, o uno di fronte all’altro, per circondare l’uditorio creando un effetto stereofonico, o d’eco, e ampliando il riverbero. La stessa idea è nel Prometeo di Luigi Nono, opera concettualmente fondamentale in un libro che parla di ascolto: l’incontro tra queste voci nel romanzo avviene il 25 settembre 1984, giorno della prima di Prometeo a Venezia, ma i temi riguardano il contemporaneo.

Le musiche più o meno nascoste nel testo, poi, sono entrate nella partitura dettandone il tempo, le notazioni dinamiche, i colori: gli andanti, i capricciosi, i moderatamente animati, i profondamente calmi, con i loro pianissimo, mezzo forte. Spero, quanto meno.


Nel romanzo compaiono figure reali della musica del primo Novecento, da Ravel a Stravinskij, fino a Nadia Boulanger. Come hai lavorato per intrecciare ricostruzione storica e invenzione narrativa?


La musica di quell’epoca favolosa mi commuove fino alle lacrime. È un’eccitazione reale che non potevo far mancare in un testo così, impressionista. Quei compositori magnifici dovevano prendere posto fisicamente dentro una storia rarefatta, punteggiando di luce concreta, con eventi musicali davvero accaduti, una meditazione libera che attinge dalla memoria, spesso ingannevole.

Che sollievo rifugiarsi di tanto in tanto nel teatro dove Stravinskij diede scandalo, o nel taschino di Ravel mentre riempie d’improperi Toscanini, e che divertimento ricostruire mescolando caratteri veri e immaginati.


Per illuminare, in questo caso, figure di donne straordinarie come Nadia Boulanger o la fantasmatica Amalia Falier, che avevano molto da dire, molto da insegnare in un mondo dominato dagli uomini e che hanno scelto modi diversi di manifestare sé stesse.

Venezia avvolta dal caìgo, la fitta nebbia tipica della Laguna, sembra il luogo ideale per una storia in cui i confini tra presenza e assenza, memoria e realtà diventano incerti. Che ruolo ha avuto la città nella costruzione del mistero e dell’atmosfera del romanzo?


A Venezia le cose e le persone sembrano apparire di colpo: svoltando in una calle o guardando con più attenzione la Laguna, emergono dal nulla come arrivano da chissà dove certi pensieri, e si fatica a rintracciare dei confini. Tutto sembra vicino, afferrabile; chi se n’è andato ci si può sempre aspettare che ritorni.

E questa è una storia di apparizioni, non solo di scomparse, di morti e di vivi che procedono gli uni di fianco agli altri.


Il romanzo si apre con uno scrittore alla ricerca di Amalia a decenni dalla sua scomparsa, prima che sia lei stessa a prendere la parola e raccontarsi. Perché hai scelto questa cornice narrativa e che funzione ha lo sguardo di chi cerca di ricostruire la sua storia?


Lo scrittore è molto più di una cornice, è il filo di trama. A lui sono affidati il primo e l’ultimo movimento e un intermezzo che, più degli altri, apre uno spiraglio nella sua vita personale e insinua lo stretto legame con Amalia, la cui indole e i cui pensieri sono riflessi nei suoi.

È quindi uno specchio che moltiplica l’immagine e rappresenta quella perduta capacità di ascolto che è il più alto strumento di comprensione.

È solo perché lui esiste che Amalia ricompare: questo trattamento riprende i drammi femminili del teatro giapponese, in particolare i mugen nō, ovvero i nō di sogno.


Che cosa speri rimanga ai lettori una volta chiusa l’ultima pagina di Scomparire?


Se posso augurarmi un risultato, è che chi legge senta il desiderio di ascoltare dell’ottima musica: le opere del testo vengono rivelate nella nota finale, che è un invito all’ascolto.

Un caro amico compositore mi disse una volta che ci si aspetta sempre che un musicista legga libri, cosa che avviene moltissimo, mentre temo che la maggior parte delle persone, compresi gli scrittori, abbia una cultura musicale tristemente limitata, il che è terrificante in un Paese come il nostro, che ha plasmato la storia della musica. Quindi spero in un ritorno della capacità di ascoltare, anche come forma di resistenza al predominio della visione, che stranamente ha anestetizzato l’empatia.


E poi, Scomparire vorrebbe anche suggerire che mettere periodicamente l’ego in cantina è sempre un’ottima idea.

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