Una vita lontana: intervista a M.L. Stedman
Dopo il successo internazionale de La luce sugli oceani, M.L. Stedman torna a raccontare l’Australia Occidentale e le vite di personaggi messi alla prova da scelte impossibili, perdite e segreti.
In Una vita lontana, una tragedia sconvolge l’equilibrio della famiglia MacBride e costringe Lorna, Rose e Matt a confrontarsi con un dolore che cambia per sempre il loro modo di guardare sé stessi e gli altri. Sullo sfondo, un territorio vasto e isolato che non è soltanto ambientazione, ma parte integrante della storia: un luogo in cui le distanze amplificano i silenzi, i dilemmi e le conseguenze delle scelte.
Abbiamo intervistato M.L. Stedman per parlare di famiglia e resilienza, del rapporto tra destino e responsabilità individuale e di quei segreti che, a volte, non appartengono soltanto a chi li custodisce.
La tragedia all’inizio del romanzo priva la famiglia MacBride delle sue principali figure maschili. In che modo la perdita del padre e del fratello maggiore ridefinisce per Lorna, Rose e Matt il concetto di forza e sopravvivenza?
Vivere in un luogo come Meredith Downs richiede già di per sé una straordinaria capacità di essere autonomi e autosufficienti, quindi in un certo senso i personaggi sono abituati a sopravvivere a circostanze difficili. Lorna, Rose e Matt, ciascuno per ragioni diverse, cercano di farsi carico della responsabilità quasi insopportabile che l’incidente e le sue conseguenze inattese impongono loro. Il loro atteggiamento è quello di resistere il più possibile, il più a lungo possibile, per il bene delle persone che amano.
Una tragedia può indurire il cuore oppure renderlo più capace di adattarsi. Credo che, proprio attraverso ciò che affrontano, i MacBride diventino più umani e quindi anche più compassionevoli nei confronti degli altri.
Come già accadeva con l’isola di Janus ne La luce sugli oceani, anche A Far-Flung Life è ambientato nell’Australia Occidentale, in un paesaggio selvaggio e isolato. Che ruolo ha questa lontananza nella storia e nella vita dei personaggi?
Un’ambientazione così isolata concentra l’attenzione, quasi come la luce del sole attraverso una lente d’ingrandimento, aumentando naturalmente l’intensità. I personaggi hanno meno distrazioni, meno possibilità di fuga, e i problemi diventano più nitidi.
L’isolamento fisico rispecchia anche quello emotivo dei personaggi, intrappolati nei propri dilemmi e incapaci di liberarsene raccontando la verità, perché farlo significherebbe mettere in pericolo una persona innocente.
Una vita lontana
I tuoi romanzi esplorano spesso il confine tra le scelte personali e i colpi imprevedibili del destino. Pensi che la famiglia MacBride abbia una reale possibilità di riscatto o sia destinata a essere plasmata dal proprio passato?
Prima di tutto, il “riscatto” arriva sempre dopo un atto o un evento terribile: non può esistere all’interno di un passato privo di difficoltà. Per me la domanda più interessante è: “E poi cosa succede?”. In Una vita lontana, eventi del tutto casuali fanno crollare le vite di molti personaggi. Matt, Rose, Lorna, Bonnie e Pete scelgono tutti come reagire alle tragedie che li colpiscono. Certamente sono plasmati dal loro passato, ma soltanto uno di loro non riesce a trovare una via d’uscita.
In fondo, il romanzo nasce dalla speranza: dalla fiducia nella fondamentale bontà degli esseri umani e nel potere curativo del tempo.
Rose e Matt affrontano il trauma in modi molto diversi. Quale dei due personaggi ha richiesto più tempo o è stato più difficile da comprendere e portare sulla pagina?
Credo sia fondamentale, mentre si scrive, riuscire a vedere il mondo attraverso gli occhi di ogni personaggio e capire cosa significhi essere quella persona.
Più tempo trascorri con un personaggio, più forte diventa il legame con lui, perché poco alla volta ti rivela il proprio passato, i propri pensieri e le proprie motivazioni. Sia Rose sia Matt affrontano moltissimo, quindi vivere le loro esperienze attraverso la scrittura non è stato facile. Ma riuscivo a comprendere le ragioni che portavano entrambi a fare le scelte che fanno.
Nei tuoi romanzi il silenzio e i segreti hanno spesso un peso maggiore delle parole pronunciate. Come costruisci la tensione emotiva attraverso ciò che i personaggi scelgono di non raccontare?
Il silenzio e i segreti sono strumenti molto potenti.
Credo che, in entrambi i romanzi, la vera pressione derivi soprattutto dal motivo per cui alcuni personaggi non possono rivelare la verità. In alcuni casi fondamentali quasi non hanno scelta, perché condividere certe informazioni distruggerebbe non soltanto le loro vite, ma soprattutto quella di una terza persona innocente nei confronti della quale sentono un dovere di lealtà e protezione.
A volte i nostri segreti non appartengono soltanto a noi.
Cosa speri che i lettori portino con sé dopo aver letto questo libro?
Il romanzo può essere letto su molti livelli: come una storia capace di tenere il lettore incollato alle pagine, come un’esplorazione della famiglia e dei valori morali di una determinata epoca, oppure come una riflessione filosofica sul tempo, sul destino, sulla memoria e sul modo in cui questi elementi ci plasmano.
Ci sono molti temi sui quali riflettere: il tempo e il modo in cui lentamente dissolve le cose nelle nostre vite; la vulnerabilità dell’esistenza davanti agli eventi casuali; la domanda se il riscatto sia qualcosa di privato o di pubblico.
Anche la memoria e l’oblio, e il loro rapporto con il perdono, sono centrali, così come l’isolamento. Molte questioni – soprattutto quelle legate a quali informazioni vengano condivise, con chi e in quale momento, oppure a chi abbia il diritto di amare ed essere amato – hanno una forte risonanza contemporanea nel nostro mondo sempre più interconnesso e incline al giudizio.
Per me, però, questa è soprattutto una storia piena di speranza, resilienza, umorismo e ottimismo, e spero che siano anche queste le sensazioni che rimarranno ai lettori.