Intervista ad Adriano Giotti, autore del thriller Anna non dimentica
Da martedì 20 gennaio è in libreria per Longanesi Anna non dimentica, il romanzo thriller d’esordio di Adriano Giotti, regista e sceneggiatore.
Anna non dimentica, il romanzo thriller d’esordio di Adriano Giotti tra mistero, web e sparizioni
In Anna non dimentica, Adriano Giotti firma un thriller psicologico che affonda le radici nelle leggende del web e nelle paure contemporanee legate a Internet, alle chat e ai social network. Anna è una presenza che sembra irreale, una storia che circola online come tante altre, e proprio per questo viene ignorata: una bambina rapita che chiede aiuto ma che nessuno crede reale. Quando però, nella provincia dell’Aquila, la scomparsa di un adolescente riporta alla luce quella stessa leggenda, l’indagine dell’ispettrice Veronica Sgheis si trasforma in una corsa contro il tempo tra mistero, rapimenti e memoria negata. Ambientato in un paesaggio sospeso tra villaggi turistici abbandonati e montagne silenziose, il romanzo mescola noir e narrativa di tensione, interrogandosi su quanto sia facile confondere una storia inventata con una verità scomoda. Perché le leggende nascondono sempre qualcosa. E perché Anna non dimentica.
Anna non dimentica, un romanzo thriller nella tradizione Longanesi
Anna non dimentica si inserisce nel filone dei grandi thriller psicologici Longanesi che ha il suo maestro in Donato Carrisi, che con Il suggeritore è stato il punto di riferimento dell'autore nello scrivere Anna non dimentica. Tra le opere che hanno ispirato Adriano Giotti ci sono anche Don Winslow - in particolar modo con Corruzione - e dal momento che l'autore vive tra Roma e Madrid, anche gli scrittori spagnoli di thriller Dolores Redondo e Carmen Mola.
Anna non dimentica
Intervista con Adriano Giotti, autore di Anna non dimentica
In occasione della pubblicazione del suo romanzo d'esordio Anna non dimentica pubblichiamo l'intervista che abbiamo realizzato ad Adriano Giotti prima dell'uscita del suo libro.
Il romanzo prende le mosse da una delle paure più diffuse del nostro tempo: ciò che si nasconde dietro la realtà virtuale abitata dai nostri figli. Quando hai iniziato a scrivere Anna non dimentica, che tipo di “mostro” volevi esplorare?
La solitudine. Il vero, grande mostro dei nostri tempi. Il sentirsi isolati, incompresi, imperfetti. E di conseguenza fragili. E più si è fragili e più si è vittime potenziali. Ci sono infiniti modi di sentirsi soli. A livello epistemologico “sentirsi soli” fa parte della natura umana. Una volta nati capiamo immediatamente la differenza tra l’io e l’altro, e in un certo senso ne siamo spaventati. Ma crescendo, facciamo esperienza di questo sentimento e lo impariamo a conoscere, a conviverci, a volte ad amare, spesso a temere. E ai giorni d’oggi, è sempre più frequente cercare di colmare la solitudine con la realtà virtuale, con i social, illudendoci che i rapporti virtuali riusciranno a scaldarci come quelli reali. Ma è in questo divario, in questa illusione, che lo sconosciuto trova terreno fertile. E può essere estremamente pericoloso. Per i genitori e per i figli.
Nel romanzo Anna sembra esistere a metà tra realtà e leggenda, tra verità e racconto. Cosa puoi raccontare ai lettori sull’Anna del titolo senza svelarne il mistero?
Anna è una figura che spero toccherà nel profondo i lettori, nel bene e nel male. Fin da piccolo sono sempre stato affascinato dalle storie inquietanti, dalle leggende, dove il confine tra realtà e verità è sfumato. Ero curioso di scoprire un mondo altro, di fantasia oscura, esattamente come Pietro Marcelli, l’adolescente che scompare all’inizio del romanzo. Così quando su internet mi sono imbattuto nei creepypasta, l’equivalente moderno delle favole dell’orrore attorno al fuoco, mi sono detto: voglio crearne uno anch’io. Infatti, nonostante Anna non dimentica sia un thriller, Anna è più di un personaggio, è una leggenda oscura e misteriosa, ma anche toccante, dolorosamente empatica, nata proprio per intrigare il ragazzino che ero e che continua ad abitare dentro di me. Chi è Anna? Cosa non dimentica? E soprattutto… perché non dimentica?
Anna è più di un personaggio, è una leggenda oscura e misteriosa
In Anna non dimentica il thriller nasce da una frattura molto concreta: quella tra il mondo degli adulti e quello dei ragazzi, tra genitori che parlano e figli che spesso non si sentono ascoltati. Quanto ti interessava raccontare, oltre al caso investigativo, la difficoltà degli adulti di capire davvero l’universo emotivo e digitale dei propri figli?
L’adolescenza è sempre stata una delle tematiche ricorrenti nelle storie che ho scritto. Non è stato un periodo semplice per me, e forse proprio per questo continuo ad affrontarla. In quel periodo accade tutto così in fretta, quasi che un giorno ti svegli e di colpo sei diventato un’altra persona. Per questo, spesso, gli adulti si sentono spiazzati, la vedono come una frattura, perché non riescono a riorganizzarsi in tempo. E dall’altra parte, quando si è così giovani, si è troppo occupati a capire se stessi. Capire gli altri diventa proprio impossibile: si dà per scontato che capirci sia un obbligo degli altri. Per questo si crea il divario. E spesso ci sono due modi, entrambi incompleti, per provare a risolverlo. O la ribellione. O l’isolamento volontario. Nel mio libro, gli adolescenti che racconto scelgono proprio quest’ultima strada: si isolano nella rete, per fuggire dai genitori, ma anche dal mondo reale, e finiscono per smarrirsi, perché sono assetati di risposte, ma soprattutto estremamente bisognosi di qualcuno che sia in grado di ascoltarli e vederli per davvero.
Veronica Sgheis non è solo l’ispettrice che indaga sul caso di sparizione del quattordicenne Pietro Marcelli, ma una donna intuitiva e forte attraversata da fragilità, compromessi e zone d’ombra. Era importante per te che i lettori potessero riconoscersi in lei, oltre a seguirla nell’indagine?
Era assolutamente importante. Il personaggio di Veronica si ispira moltissimo alla persona con la quale ho la fortuna di condividere la vita, Nataly. Di lei mi ha sempre colpito appunto la sua grande capacità di intuito ed empatia, di capire le situazioni e le persone, trovando soluzioni in fretta e sapendo improvvisare con creatività, ma sono anche estremamente affascinato dal suo lato oscuro, viscerale, che è sempre attivo in background, perché deriva dalle ferite del passato. Ognuno di noi ha una ferita pulsante. Ed è questo che ci rende reali. Di conseguenza, volevo che Veronica fosse estremamente reale, animale nelle sue emozioni e nei suoi colpi di testa. Vengo dal cinema, dove senza realtà, non c’è emozione. E anche nella letteratura ho voluto portare il mio modo di creare i personaggi.
Perché hai scelto di ambientare il thriller in una piccola comunità dell’Appennino abruzzese? Cosa ti offriva questo contesto, dal punto di vista umano e narrativo, che una grande città non avrebbe potuto dare?
Conosco molto bene la provincia del centro Italia, perché ci sono cresciuto. Ma quella abruzzese mi ha stregato ogni volta che ci sono passato per lavoro o per amicizia, perché si ha la sensazione di una natura imponente, in grado di avvolgere l’individuo, di farlo sparire anche. C’è un alone di mistero intenso, negli Appennini, nei boschi, nella bassa densità di popolazione di alcune zone. Nelle distanze da percorrere. La natura abruzzese è in grado di nascondere, riesce a farci sentire inermi. Oltre al fatto che nei piccoli paesini ci si può sentire ancora più soli, più incompresi, io stesso sono cresciuto con la sensazione che le cose veramente importanti avvenissero soltanto nelle grandi città, con la sensazione di perdermi ogni volta qualcosa. E questo, di nuovo, spinge a rifugiarsi nel virtuale, alla ricerca di un mondo, che almeno a 14 anni, risulta irraggiungibile. Vivendo tra Roma e Madrid, ma avendo vissuto anche a Torino, mi sono reso conto che le grandi città stanno un po’ perdendo la sua anima, finendo per assomigliarsi tutte, come monotoni luna park per turisti. E invece, le piccole comunità, conservano le sue autenticità, nel bene e nel male, e per questo mi incuriosiscono di più, le ritengo più reali per ambientarci delle storie, più rappresentative per esplorare chi siamo davvero e capire dove stiamo andando.
Leggendo il libro mi è parso a volte di vedere le scene di fronte ai miei occhi. In che modo la tua formazione cinematografica ha influito sulla stesura del romanzo e la costruzione delle scene?
Quando mi iscrissi alla Scuola Holden volevo fare lo scrittore. Poi, durante i due anni di master, i miei personaggi sono diventati sempre più fisici e le mie storie sempre più visive. E alla fine del biennio non volevo più scrivere se non per mettere in scena. È quello che ho fatto fino a qualche anno fa, quando mi sono reso conto che alcune storie non sarei mai riuscito a farle diventare un film, perché uscivano dai ristretti canoni del cinema italiano. Scrivere per il cinema mi ha aiutato moltissimo a perfezionare l’arte della struttura e del ritmo. Ma soprattutto mi ha fatto capirela qualità più importante di uno scrittore: raccontare l’essenziale. Credo che lo stile di Anna non dimentica, sia particolare proprio perché ibrida questi due linguaggi, narrativo e cinematografico, che ormai sono indistricabili dentro di me e mi hanno permesso di creare l’atmosfera visiva avvolgente che permea il racconto.
Che tipo di lettore immagini per Anna non dimentica? E che sensazione vorresti lasciargli addosso una volta chiuso il libro?
Immagino qualcuno che, come me, sia curioso d’avventura e abbia bisogno di farsi trascinare dentro al mistero della storia, lasciando temporaneamente fuori tutto il resto. Scrivere per me è esplorare i vuoti e i meandri dell’animo umano. Così per me leggere è riempirli e trovarci un senso per migliorare la nostra quotidianità. Anche in un thriller si possono trovare delle risposte, o almeno degli spunti per rifletterci su. Una volta chiuso il libro, infatti, vorrei lasciare a chi ha letto un grande senso di empatia. Con Anna. Ma anche con gli altri personaggi. L’importanza di mettersi nei panni dell’altro, di sospendere il giudizio, o almeno cercare di rimanere aperti, credo sia la qualità che ci rende davvero umani. E mai come oggi, in questo catastrofico e incerto periodo storico, è fondamentale comprendere e, a volte, perdonare. Invece di giudicare. Anche perché, spesso, il confine tra bene e male, vittima e carnefice, non è affatto quello che sembra.
Anna non dimentica di Adriano Giotti: perchè leggerlo
Con Anna non dimentica, Adriano Giotti dimostra come il thriller italiano contemporaneo possa raccontare le paure del presente, intrecciando mistero, web e realtà sociale. Un romanzo teso e inquieto, che invita a non sottovalutare le storie che circolano online e a interrogarsi su ciò che scegliamo di ignorare. Perché dietro una leggenda può nascondersi una verità, e perché alcune voci, anche quando sembrano irreali, non smettono di chiedere di essere ascoltate. Buona lettura!
Se hai amato questi libri, Anna non dimentica è il libro che fa per te!